Un po’ di storia

Nemi a fine '800

Nemi a fine ‘800

 

Già ai primordi della civiltà Nemi era considerato un posto sacro.

Non è difficile immaginare che cosa pensassero i primi uomini vedendo una fessura nella parete del cratere dalla quale usciva il bosco sacro come dal ventre di una madre esce la vita.

Da queste ipotesi è facile intuire come Nemi sia stato un luogo di culto a partire dalla notte dei tempi e come questo si sia tramandato nei secoli, fino ad arrivare al culto a noi più conosciuto: il culto di Diana. Secondo alcune interpretazioni la Dea Romana Diana ridotta a dea della caccia, non sarebbe altro che l’evoluzione della dea primordiale madre di tutte le cose, la Grande Dea oggetto negli ultimi anni di ricerche e rivisitazioni archeologiche e antropologiche.

La Diana romana, evoluzione della Grande Dea Madre, da sempre signora del Nemus, è diretta discendente, in ordine di tempo, dell’Artemide greca di cui conserva la maggior parte delle caratteristiche: dea selvaggia, protettrice degli animali, dei cuccioli, dei nascituri e delle partorienti, dea della fertilità ma anche della morte, dea della luna nuova. La figura di Diana Aricina è una delle più complesse della mitologia greca-romana, così come misterioso e complesso è il culto ad essa associato. Nel  suo santuario si celebravano riti antichissimi la cui origine si perde nella notte dei tempi.

Secondo il mito, sarebbe stato Oreste a portare dalla Tauride il culto sanguinoso tributato ad Artemis, insieme alla statua della divinità; l’Artemis Taurica richiedeva infatti sacrifici umani e qualcosa dell’originario culto sarebbe rimasto a Nemi: il rituale sanguinario e magico insieme che affidava a un duello mortale l’investitura del rex nemorensis (re del bosco), sacerdote di Diana e sovrano della comunità. La leggenda, narrata da autori greci e latini e confluita nella celebre opera monumentale di James Frazer , “Il ramo d’oro”, che ha gettato le basi della moderna antropologia, vuole che qui crescesse l’albero sacro di cui non era lecito spezzare alcun ramo.

 

Il ramo d’oro, probabilmente un ramo di vischio pianta parassita delle querce, rispetto all’albero che la ospita  ha un ciclo vitale inverso, per cui mentre troneggia verde tra i rami spogli dell’inverno, in estate assume un colore dorato. Questo poteva essere strappato alla custodia del rex nemorensis, soltanto da uno schiavo fuggitivo che, nel caso fosse riuscito nell’impresa, avrebbe acquisito il diritto di battersi in duello con il re-sacerdote del bosco di cui avrebbe preso il posto, uccidendolo, fino a quando qualcun altro avesse lanciato a lui la sfida.  Si tratta di un rito primitivo della regalità in cui il duello aveva lo scopo di confermare la straordinaria forza ed efficienza fisica del re che in quanto personificazione della natura boschiva e della fertilità , non muore mai e non perde il suo vigore.

In origine quindi il luogo sacro era proprio il bosco, il primo altare era probabilmente costituito da una semplice grande pietra intorno alla quale alcune città latine, federatesi contro Roma nel nome di Diana, costruirono il santuario dedicato alla Dea.

Turner - Il ramo d'oro - 1834

Turner – Il ramo d’oro – 1834

 

Il santuario o Tempio di Diana, costruito sulle sponde del lago alla fine del VI secolo a.C., probabilmente in sostituzione dell’antico santuario di Alba Longa, era uno dei luoghi sacri più importanti e conosciuti dell’antichità. Sopravvenuti più tardi i romani, i sacri edifici e il culto godettero di rinnovato splendore. Il tempio, disposto su almeno otto/dieci livelli sopra e sotto il livello del suolo, si estese così fino al massimo del suo sviluppo su oltre 400.000 mq.

Il santuario venne verosimilmente frequentato fino al IV secolo d.C., come mostrano dati e reperti archeologici, per essere definitivamente abbandonato con l’avvento del Cristianesimo.

Il tempio di Diana

Il tempio di Diana

Al culto di Diana è strettamente legata la storia delle Navi Romane rinvenute nel lago di Nemi. Per centinaia di anni si è parlato della leggenda del lago, un segreto legato all’imperatore Tiberio.

I pescatori del lago, navigandovi, intravedevano qualcosa che sembrava un palazzo e inoltre le leggende locali narravano di ori e anche di maledizioni che avrebbero perseguitato chi avesse provato a risolvere gli enigmi di Tiberio.

Il primo a cercare di risolvere il mistero fu Leon Battista Alberti nel 1446.

Poi altri nel 1500 e nel 1800 provarono a recuperare oggetti e parti delle navi.

I rocamboleschi tentativi permisero di recuperare molti reperti, ma provocarono non pochi danni alle navi, rimaste fino ad allora protette dall’assenza, nelle acque lacustri, del battere che è responsabile del deterioramento delle parti in legno,  per cui queste di Nemi costituivano un esempio unico al mondo della tecnica navale romana.

Nonostante le prove restava lo scetticismo di molti studiosi che non credevano all’esistenza di vere e proprie imbarcazioni “gigantesche” adagiate sul fondo del lago.

 

Con il tempo, nel XIX° sec., vengono definitivamente individuate le navi e recuperati pezzi di pavimento in porfido e serpentino, smalti, mosaici, frammenti di colonne metalliche, chiodi, laterizi, tubi di terracotta, e una bellissima testa di leone in bronzo.

Mussolini e il governo fascista con un’opera immensa e difficilissima in 5 anni (ovvero dall’ottobre del 1928 all’ottobre del 1932) recuperano le navi dal fondo del lago, che venne in parte prosciugato per mezzo di idrovore.

Idrovore nel lago

Idrovore nel lago

Dopo quell’intervento, anche dopo il successivo riempimento del lago, il livello dell’acqua non tornò mai più ad essere quello originario.

Per fare defluire le acque aspirate dalle idrovore fu utilizzato un preesistente emissario artificiale, risalente all’epoca pre-romana, restaurato proprio in occasione del recupero delle navi, che portava le acque a Vellericcia. In passato l’emissario serviva ad evitare che il livello del lago superasse il limite di guardia, per preservare il Tempio da eventuali inondazioni; la costruzione di un’opera ingegneristica tanto complessa per il tempo in cui venne realizzata è sicuramente degna di nota e testimonia l’importanza dell’altare di Diana fin dall’era etrusca.

Le navi vennero poi portate fuori dal lago semi prosciugato e alloggiate nel museo-hangar costruito appositamente. Il primo esempio in Europa di Museo costruito intorno ad un’opera d’arte.
Le due navi, lunghe 70 metri e larghe più di 25, in realtà, erano state fatte costruire dall’imperatore Caligola, in onore della dea egizia Iside e della dea locale Diana.

Frutto di un’ingegneria avanzata e splendidamente decorate, sembra che Caligola le utilizzasse come palazzi galleggianti in cui abitare o sostare sul lago, e anche come veri e propri templi galleggianti collegati al santuario di Diana. Ma in seguito alla sua morte avvenuta nel 41 d.C., il Senato di Roma (di cui l’imperatore era stato acerrimo avversario politico) per cancellarne il ricordo fece distruggere tutte le opere di Caligola, applicando una terribile “damnatio memoriae”. Così probabilmente anche le navi di Nemi furono affondate sul fondo del lago. Da allora la storia delle navi, unita al ricordo della loro magnificenza, fece presto a diventare leggenda.

Bastò una notte, quella tra il 31 maggio e il primo giugno del 1944 per perdere le due navi bruciate in un incendio dopo aver resistito sul fondo del lago al trascorrere dei secoli per circa 2000 anni. L’incendio di origine quasi certamente dolosa fu ad opera, si disse subito, dei tedeschi che ormai in fuga distruggevano tutto ciò che non potevano portare via. Alcuni testimoni oculari dell’accaduto, invece, sostengono che a bruciare le navi siano stati gli americani, poiché i tedeschi avevano posizionato una contraerea proprio dietro il museo, che in quanto bene di valore culturale, non poteva essere bombardato. La verità storica non si saprà mai. Che si sia trattato della maledizione di Tiberio o di una tragica casualità, rimarrà sempre un alone di mistero sul destino di queste leggendarie navi, incredibile opera di un epoca remota, destinate a riti che rimangono sconosciuti, dimenticate sul fondo di un piccolo lago per molti secoli, recuperate attraverso un lavoro ciclopico e distrutte per sempre appena pochi anni dopo. C’è chi azzarda la possibilità dell’esistenza di una terza nave, mai localizzata, ancora inabissata nel lago; a sostegno di questa tesi vi sono varie teorie che partono dal simbolismo della triplice natura della Dea (idea che ritroviamo anche nel Cristianesimo) cui le navi erano dedicate. Ma di fatto nulla di questa fantomatica terza nave è mai stato ritrovato.